La scuola

Il grafico

Esco dalla mia classe terza e passo davanti ad una altra classe terza. Guardando dentro, vedo il mio collega di matematica. Il mio collega è un insegnante molto preciso nei concetti, cosa che la matematica in genere richiede, e anche preciso nello scrivere alla lavagna. Io sono invece decisamente meno rigoroso nei concetti (mi basta che lo studente afferri l’idea quel tanto che gli serve per affrontare un esercizio) e molto più disordinato nello scrivere alla lavagna. Per questo, ad una prima occhiata alla lavagna nella classe del mio collega, non mi stupisco di vedere un grafico tracciato in modo elegante con una indicazione degli aspetti importanti del grafico chiara e ordinata. Ma dopo pochi secondi noto qualcosa di strano. Il grafico riporta dei particolari che sono insegnati non in classe terza, ma in classe quinta. Conoscendo quanto il mio collega sia meticoloso, ne deduco che il suo programma di matematica è incredibilmente avanzato. Dopo un attimo penso al programma che sto portando avanti nella mia classe terza, e la mia classe sembra indietro anni luce. La cosa mi deprime. Il mio metodo, che privilegia la comprensione a discapito della rigorosità, esce miseramente perdente rispetto al metodo del mio collega che gli permette di procedere velocissimo. Accidenti, i miei studenti non possono rimanere così indietro rispetto a quelli del mio collega. Mentre torno a casa, e per tutto il giorno, penso come posso recuperare il distacco, ma vorrei evitare di cominciare ad insegnare gli argomenti di quinta nella classe terza. La mattina dopo, ancora nel letto, immagino un modo per spiegare quello che ho visto nel grafico del mio collega senza introdurre gli argomenti di quinta. Quello che ho escogitato funziona in casi particolari, ma è capibile da uno studente di terza, anche se serve una bella dose di ragionamento e creatività. Entro nella mia terza e comincio la spiegazione. La lezione è piuttosto impegnativa e gli studenti fanno un po’ di fatica ad afferrare tutti i passaggi del ragionamento. Comunque, alla fine, almeno un gruppetto di studenti ha compreso il ragionamento e questo mi rincuora. Non sto insegnando cose della quinta classe, ma la mia terza è stata in grado di capire concetti che saranno spiegati nei prossimi anni. Qualche ora dopo incontro il mio collega. Gli dico che ho visto il grafico che aveva tracciato alla lavagna, e con un certo orgoglio gli mostro cosa ho spiegato ai miei studenti per recuperare il distacco tra la mia e la sua classe. Lui ascolta e alla fine della mia esposizione mi guarda e mi dice: “Hei, ma per i miei studenti quello che hai fatto è troppo difficile”. Resto interdetto per un paio di secondi. E un po’ confuso gli chiedo come mai allora stessero studiando un grafico così complicato per una classe 3. Il mio collega mi guarda e mi dice: “Macché, quel grafico era solo una figura di esempio per mostrare le cose che avrebbero imparato negli anni successivi”.

Lo saluto e mi allontano. Inizialmente ho come uno strano senso di delusione per essere stato ingannato da me stesso: come ho potuto pensare che una terza svolgesse il programma di una quinta? Ma al tempo stesso mi rincuoro: la mia classe non è seconda a nessuno anzi si è dimostrata superiore, ed io con loro.