Lo studente quantistico
Semplificando, la fisica quantistica prevede che una particella abbia una esistenza misteriosa che si palesa solo al momento in cui la particella è osservata. Fintanto che non la si osserva la particella ha una presenza di tipo probabilistico. Un esempio famoso è quello del famoso gatto di Schrodinger, chiuso dentro una scatola con un meccanismo che potrebbe ucciderlo. Il gatto potrebbe essere morto o vivo; non si sa fino a che non si apre la scatola. Se la scatola resta chiusa è come se il gatto fosse contemporaneamente morto e vivo.
Gli studenti hanno un comportamento plasmato sulla fisica quantistica. Sono presenti in aula (o almeno i loro corpi sono presenti in aula), ma del cervello non si sa nulla. Potrebbe essere acceso o spento. In effetti il cervello probabilisticamente possiede entrambi gli stati (come una moneta cha ha il 50% di probabilità, se lanciata, di risultare testa o croce). L’unico modo di sapere se il cervello è acceso o spento è quello di osservarlo. Non sto dicendo di aprire il cranio dello studente (anche certe volte si potrebbero avere delle sorprese in relazione al contenuto del cranio degli studenti). Semplicemente basta fare una domanda e osservare la risposta. E qui il comportamento dello studente si discosta da quello della fisica quantistica. La tipologia di risposte è piuttosto variata. Si va dalla risposta che potrebbe dare un bimbo di 5 anni a risposte ficcanti e rassicuranti (rassicuranti per il docente che almeno vede che sperticarsi a spiegare serve a qualcosa e non solo a riempire l’ora di lezione).
Le risposte più terribili, comunque, non sono quelle dove lo studente ammette candidamente che non ci ha capito nulla (… ma allora che aspettava a dirlo?). Le risposte terribili sono quelle completamente prive di logica. Lo studente assembla in modo casuale alcune parole che ha sentito distrattamente, generando una frase senza senso e spesso neppure senza il supporto della grammatica. La frase viene pronunciata. Il docente si prende qualche secondo cercando di ricomporre le parole per costruire una frase sensata (proprio come in certi giochi televisivi aspettando di andare a cena). Ma si accorge che qualunque sia la ricombinazione delle parole non si ottiene nessuna frase sensata, e chiede qualche chiarimento allo studente. Il quale, o ripete la stessa frase. Oppure ne formula un’altra cambiando qualche parola, ma generando ancora frasi senza senso.
Il docente allora fa notare quale dovrebbe essere la risposta corretta. Lo studente, quasi stupito, fa notare che voleva proprio dare quella risposta e che tutto sommato la sua frase è sostanzialmente uguale a quella data dal professore.
Il docente, rassegnato, riparte con la spiegazione sperando che lo studente si renda conto delle assurdità che dice. Ma il cervello dello studente è ormai tornato nello stato probabilistico di contemporaneità di cervello acceso e cervello spento.